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Luoghi della memoria

La casa museo e l’atelier dell’artista



Maria Giuseppina Di Monte


La mostra che il museo Hendrik Andersen dedica a Giuseppe Modica è un tributo alla sua carriera lunga e prolifica ma al tempo stesso un omaggio a Hendrik Christian Andersen nella casa museo dove sono raccolte quasi tutte le sue opere più importanti.

La mostra s'incentra sul tema dell'atelier, soggetto fra i più studiati dal pittore siciliano, ricorrente nella sua produzione come si vede dai titoli nei quali la parola atelier è un vero e proprio leit motiv.

Per Hendrik Andersen l’atelier è stato la sua vita. Nelle due sale del museo al pian   terreno è ospitata la collezione permanente, esposta proprio in quelli che erano appunto atelier e galleria ovvero i luoghi dove Hendrik lavorava scolpendo le sue monumentali sculture e dove esponeva per amici, collezionisti e appassionati le sculture fuse in bronzo destinate per la più parte a ornare piazze ed edifici della sua città ideale rimasta ahimè irrealizzata.

Giuseppe Modica espone una trentina di opere, provenienti per lo più da collezioni private, al piano superiore in un percorso che richiama idealmente il luogo creativo per eccellenza: lo studio dell'artista, quel rifugio in cui la fecondità del pensiero, l'impulso creativo e l'ispirazione prendono forma traducendosi in opera finita, esteticamente compiuta: in cui l'idea originaria, l'Urbild, trova la sua dimensione concreta e visibile.

Il percorso della mostra si snoda nelle sette sale espositive del primo piano dove le tre grandi tele del Trittico fanno da quinta di sfondo al salone centrale occupando le tre nicchie nelle quali si aprono le vetrate su via Stanislao Mancini alle spalle del Tevere.

Si tratta di opere più e meno recenti che Modica ha realizzato con la consueta e tradizionale tecnica dell'olio su tela, alla quale è rimasto fedele al di là di ogni sperimentazione e di ogni moda passeggera.

Anche i formati sono classici, quasi sempre rettangolari, in cui le tonalità dell'azzurro dominano anche se declinate in diverse nuance più chiare e luminose o più cupe e profonde.

Talora affiora qua e là un lampo giallognolo, una nota di luce che illumina, in qualche caso localmente in qualche altro estesamente, la tela.

Si respira un’atmosfera enigmatica e misteriosa che ricorda le surreali immagini magrittiane che, surrogando tempo e spazio, ci gettano in una dimensione ignota e segreta che ci affascina e turba allo stesso tempo

Fra i soggetti preferiti, che rimandano più o meno direttamente all'atelier, quello dello specchio e del cavalletto sono predominanti: oggetti indispensabili nella pittura sulla quale Modica riflette.

La sua pittura è infatti meditativa e contemplativa, è una continua osservazione della realtà che

l’ artista esplora e restituisce nella dimensione estetica che gli è propria.

La realtà e la pittura si fondono in un processo in cui realtà fisica e restituzione pittorica agiscono simultaneamente come fossero vasi comunicanti.

In questo contesto un ruolo  preminente è svolto dalla specchio, oggetto reale e metaforico, simbolo della pittura stessa ovvero della mimesis, per la sua capacità di rendere la cosa tale quale è.

Lo specchio raddoppia la realtà mentre la pittura la interpreta per cui il binomio cavalletto - specchio è ancor più significativo in quanto, pur essendo entrambi strumentali dell’attività

dell’ artista identificano i due momenti della riproduzione (lo specchio) e della produzione artistica (il cavalletto).

Il confronto con l'opera di Magritte emerge nuovamente perché Modica, come il suo illustre predecessore, lavora sulla contraddizione o illusione della realtà.

In particolare il trittico al quale si accennava prima, costituito da tre tele e intitolato “Labirinto- Atelier n.1” del 2013 (fig. 1), fa da sfondo alla mostra e costituisce il filo conduttore del percorso espositivo: nella prima tela a sinistra è rappresentato un specchio in cui si specchia il cavalletto, sopra al quale è collocato un quadro tutto blu, nella seconda troviamo una scala appoggiata al muro e a fianco uno specchio con l’immagine riflessa di un quadro di cui vediamo solo il retro, mentre oltre il muro, in un gioco di piani prospettici molto efficace, si intravede una distesa marina di cui percepiamo solo una minima porzione. Nel terzo dipinto si vede lo stesso muro e lo stesso paesaggio marino ma al lato non c’è più la scala bensì il cavalletto e la macchina fotografica e ancora un gioco di piani creato dalla presenza dello specchio nello specchio, quasi che l’immagine possa moltiplicarsi all’infinito.  Nello specchio più piccolo una donna è immortalata nell’atto della toletta: le braccia alzate, il reggiseno scuro e lo sguardo rivolto verso il basso. Una pietra fa bella mostra di sé, in primo piano, tagliata come fosse un diamante, è illuminata dal retro dalla luce che filtra dall’apertura del muro oltre il quale si scorge anche la ringhiera di un balcone. La luce arriva perpendicolarmente e accende d’incanto le piastrelle del pavimento facendo affiorare un giallo ocra vivido e caldo.

Le citazioni surrealiste in verità sono molte e sono piuttosto esplicite se una delle opere in mostra s’intitola appunto “Atelier con Dürer Man Ray (2015) (fig. 2). I simboli non cambiano: la pietra, sorta di lapis filosofale che rimanda all’alchimia dureriana, il metronomo, oggetto più volte ripreso da Man Ray e indicativa dello scorrere del tempo e la macchina fotografica a reiterare l’idea che la pittura, diversamente dalla fotografia e dallo specchio, interpreta e trasforma la realtà.

Modica non nega il rapporto fra mimesi in senso classico, pittura e fotografia anzi le tre componenti interagiscono incontrandosi o divaricando l’una dall’altra a seconda dell’obiettivo dell’artista e del soggetto prescelto.

Come suggeriva Stanley Cavell: “la fotografia è ritagliata non necessariamente da un paio di forbici  o da una cornice ma dalla macchina fotografica stessa … la macchina, in quanto oggetto finito, taglia una porzione di campo infinitamente più grande. Una volta ritagliata la fotografia il resto del mondo è eliminato dal taglio”.

Allo stesso modo le tele di Modica adottano lo stesso regime scopico imposto dalla fotografia: il taglio, tecnica superlativamente adoperata nel trittico e rimarcata in molti altri dipinti.

In “Atelier malinconia” del 2007 l’artista restituisce uno spazio vuoto e anonimo che riproduce lo stesso interno dell’ “Atelier con Dürer Man Ray” ma questa volta gli oggetti-simbolo non ci sono: né la macchina fotografica e neppure il metronomo: il tempo qui si presenta come disfacimento, disgregazione e distruzione e difatti il pavimento dell’atelier è sbeccato e alcune mattonelle sono saltate, rimane solo una flebile traccia di ciò che fu e non è più ma che si potrà ricostruire.

Nell’altro trittico esposto in mostra Modica affronta un tema attuale e cruciale, quello degli sbarchi degli emigranti le cui imbarcazioni di fortuna solcano il Mediterraneo approdando spesso nelle isole siciliane, prima fra tutti Lampedusa. La terra di Sicilia è protagonista ed è una terra che Modica, nato a Mazara del Vallo in provincia di Trapani, conosce bene. “La rotta della tragedia N. 1” (fig. 3) del 2017 si compone di tre pezzi: la texture somiglia a quella di un puzzle fatto di piccoli e minutissimi oggetti a mala pena distinguibili a occhio nudo, fra i quali si distingue un teschio. La carta geografica che illustra il lungo e periglioso viaggio degli emigranti è raffigurata nella prima e nell’ultima tela, riflessa in uno specchio e poi posta su un cavalletto, i due oggetti onnipresenti nella pittura dell’artista siciliano.

Nelle due ultime opere che analizziamo “Atelier (pittore e modella) del 2002 – 2003 (fig. 4) e ne “Il pittore nell’atelier (autoritratto) del 1996-7 (fig. 5), una delle poche degli anni ’90 esposta in questa personale, Modica mostra la sua abilità tecnica, che non è mai virtuosismo fine a se stesso ma è sempre accompagnata da una profonda e lucida riflessione sui temi fondamentali della vita e dell’arte.

In questi ultimi dipinti Modica si ritrae come osservatore, osservatore della bellezza muliebre rappresentata dalla donna distesa sul letto che il pittore guarda sottecchi per ritrarla sulla tela ma anche osservatore dello spazio vuoto e in quanto tale denso di suggestioni, emozioni e quindi fonte d’ispirazione per ogni nuova creazione che nell’atelier trova, come si detto all’inizio, il luogo ideale. L’atelier infatti in senso proprio e in senso metaforico è l’incubatore in cui far sedimentare memorie, idee, sentimenti e immagini che “recollected in tranquillity”, come avrebbe detto  Wordsworth, si traducono in immagini poetiche di grande intensità e forza rappresentativa.

La mostra è quindi un omaggio che Modica tributa ad Andersen, nella sua casa-atelier, ma anche un omaggio al luogo incantato che ne condensa e sugella il senso.