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Note sul tema dell’Atelier

Piu volte nelle mie note scritte mi sono soffermato sullo studio-atelier inteso come labor-oratorium: è nell'Atelier che si riordinano e chiariscono le idee; è in questo luogo magico che avviene la conversione alchemica dei pensieri, dei frammenti di memoria e delle annotazioni (schizzi, prove di colore, collage, foto, ecc) che si organizzano e prendono forma divenendo pittura, configurazione visiva.

Aveva ragione il grande Metafisico Giorgio de Chirico quando diceva di vedere la realtà con uno sguardo nuovo: vedere le cose con la sorpresa e lo stupore che si ha quando si incontrano per la prima volta.

L’occhio del pittore rileva e rivela le cose, dando loro una fisionomia ed una identità prima sconosciuta: l’artista rinomina il mondo e lo fa vedere attraverso il proprio sguardo in una luce e configurazione singolare e magica.

Per me la pittura ha una dimensione metafisica e speculativa: è riflessione e meditazione. Perciò è necessario un luogo idoneo dove sia possibile isolarsi e concentrarsi per poter organizzare il pensiero e le idee e trasformarle in visione.
Del 1997 è un mio quadro emblematico, Grande Stanza della pittura: è un ampio atelier con una teoria di cavalletti allineati in una prospettiva centrale attraversata da più fasce orizzontali di luce; tutto si riflette in un grande specchio e si inscrive in una cornice. Lo spazio si proietta fuori dal cubo prospettico della stanza e andando all'esterno, oltre le finestre, tende all'infinito inseguendo l'orizzonte di un mare remoto. È un quadro sulla pittura, sullo spazio ma anche sul tempo, sulla progressione lenta della luce che muta andando verso l’infinito esterno.

La realtà perde la sua connotazione naturalistica e descrittiva, acquista una essenzialità concettuale per diventare pura evocazione metafisica. Da segni e tracce della memoria, piano piano, prende corpo il fantasma della pittura: si struttura lo spazio, si organizzano i pieni ed i vuoti, si solidificano le immagini, acquistano densità le luci e le atmosfere in un lungo processo di sedimentazione, di addizione ma anche di sottrazione. La pittura è come uno specchio e presenta una alternanza e relazione tra superficie e profondità, fra sensualità tattile dei primi piani e profondità illusoria della lontananza. E tutto avviene nello spazio magico e nel tempo infinito dell’Atelier.

L’Atelier è anche luogo d’incontro e confluenza di temporalità diverse: il tempo della memoria e dell’immaginazione si coniuga con quello processuale e costruttivo della lunga elaborazione esecutiva. È luogo di un labirintico intreccio di impressioni del quotidiano e di memorie culturali che prendono forma in oggetti-personaggio: la macchina fotografica, lo specchio, la squadra, il cubo di Durer e le enigmatiche presenze di Man Ray.

Un quadro, che è un atelier ed intorno al quale ho molto riflettuto, è Las Meninas, capolavoro di Velasquez. È un’opera che rappresenta nella storia dell’arte qualcosa di inedito in quanto coniuga la spazialità quattrocentesca della prospettiva di Leon Battista Alberti e Piero della Francesca con una dimensione altra e di superficie: una spazialità piatta di tipo fenomenico, riscontrabile nella tela rovesciata e nella teoria di figure tutte disposte in orizzontale in primo piano, posta in contrapposizione con la profondità e l’illusorietà prospettica. Abbiamo quindi uno spazio fisico e misurabile, del quale possiamo sentire l’immanente fisicità, in antinomia con uno spazio della finzione che si prolunga sia all’indietro, oltre le spalle del fruitore e che si percepisce incontrando lo sguardo dei Reali in posa riflessi nello specchio, che in avanti, all’infinito, dietro la figura sulle scale che osserva la scena dal punto di vista opposto e che coincide col punto di fuga del cubo prospettico. Questo intreccio ed incontro di spazialità antinomiche di superficie sul piano orizzontale, con la spazialità illusoria della profondità crea una dimensione magnetica nuova, invisibile ed enigmatica.

È osservando questo quadro che ho articolato, da trent’anni a questa parte, una lunga riflessione sulla pittura e sullo specchio. Lo specchio in sé incarna la dimensione della superficie in quanto è una lastra, un piano, e nel contempo la dimensione della profondità e dello spazio illusorio. Questo incontro di spazialità antitetiche proprie dello specchio è evidente nel quadro di Velasquez, dove le due figure dei Reali appaiono come se affiorassero cristallizzate su uno schermo televisivo: percepiamo contemporaneamente l’apparizione illusoria delle figure riflesse e la lastra-superficie che li cristallizza sul piano.




                                                                                                                                    Giuseppe Modica 2021