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2003 - Giovanni Faccenda

L’aria rabbrividisce vitrea, in questo annuncio di sera siciliana sospeso fra toni madreperlacei e chiarori evanescenti. Resto ammutolito a guardare l’azzurro del mare disfarsi in un’insolita processione di ombre, i primi bagliori delle case accendersi e spegnersi di là dal molo, le barche e i pescherecci resistere come fantasmi nel pulviscolo lattiginoso sceso come un sipario su quell’improvvisato palcoscenico che è ora l’orizzonte.
[...]Spingendosi in profondità, ecco, invece, un certo ansioso smarrimento annunciare, sotterraneo, l’arcano dissimulato di quella che altro non è se non un’assenza apparente, germinata fra archetipi ed eterne suggestioni, nella quale subito ritrovi motivi trascendenti e pretesti laboriosi, al solito compenetrati all’ossessiva presenza dei due elementi che, nel consueto esercizio espressivo dell’autore, più e meglio di ogni altro esprimono un sostrato fortemente simbolico: lo specchio e la finestra. Sono infatti questi, da sempre, i termini più intimi e suggestivi della pittura di Modica, i riferimenti che egli ha scelto per guardarsi e per guardare, in quella che appare come una quotidiana, ostinata ricerca d’essenze e di fatti misteriosamente evocatori.
Poi c’è il Mediterraneo. Un mare che forse non è un mare, ma, chissà, l’azzurro diaframma che ci separa da un altrove mitico, nel quale inconscio e immaginazione ripetono curiosi rituali a dispetto della logica. È la luce, una certa luce, che registra con sensibilità questi subliminali episodi, e poi li trasferisce, lenta e precisa come una vecchia clessidra, all’opera di cesello del pittore, il quale ne discerne l’essenza in mezzo alle più impercettibili rifrazioni.