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2002 - Antonino Cusumano

Il mare di Modica è presenza ineludibile e pervasiva, cifra inconfondibile della sua città di nascita, referente segnico di una Mazara confine e frontiera. Quanto più esso è presente nell’orizzonte quotidiano, tanto più sembra essere assente e sfuggente proprio perché reificato nell’abitudine che opacizza lo sguardo di chi vi vive accanto e non ne sente più il rumore. Punto di fuga prospettico, il mare è esso stesso specchio che occupa le stanze, invadendo nel gioco dei riflessi pareti e pavimenti, fino a confondere le sue lievi increspature con i motivi e i disegni delle mattonelle, fino a corrodere nella liquida inafferrabilità dei suoi flutti l’aspra roccia dei paesaggi e delle architetture istoriate dal tempo. Così il mitico Cola Pesce può nuotare tra le onde iridescenti delle superfici musive, mentre splendide acque di cobalto sembrano plasmare e secondare il corpo mollemente sdraiato della Modella nell’atelier. A guardar bene, il mare dipinto da Modica non è molto diverso da quello descritto da Vincenzo Consolo in Retablo: 'Era il tripudio là sopra il colle e il tempestoso mar pietrificato di luce e di calore, l’incandescenza immobile nel cielo di smalto bizantino o musulmano'. Un mare, dunque, che scolora nella pietra, sfuma nel cielo, si fa e si disfa nella luce in un continuum di passaggi cromatici sospesi tra la smaterializzazione dell’acqua e la liquefazione della materia. Anche quando non c’è, del mare restano i segni, nel salnitro che per effetto dell’ossidazione sembra distillarne la memoria, nelle conchiglie che ne restituiscono echi e risonanze, nei pesci morti sui parapetti. Modica ci conduce pertanto ai luoghi dove la pietra diventa segno umano, reminiscenza di antiche civiltà mediterranee, ideogramma della sovranità e della sacralità. Su tutti i suoi paesaggi si accende il colore meridiano dei tufi, si addensa la polvere che sale dalle cave, si sgrana la tessitura compatta delle imponenti pareti come a voler portare alla luce labili e ambigue tracce di scrittura. Di pietra non sono soltanto le torri e i bastioni aggrediti dalla corrosione, gli speroni e i contrafforti che s’innalzano in ardite prospettive verticali. Di pietra sembrano essere perfino i giardini pensili, il cielo eguale e il mare immobile. Nella pietra, immagine primordiale del riparo, paradigma della permanenza e della lunga durata, Giuseppe Modica ha racchiuso il senso profondo del mistero e dell’attesa, quella forza prigioniera del tempo che affonda le radici nella memoria e dà vita e forma ai luoghi elettivi della sua pittura.