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1997 - Marco Goldin

Specchio: «Vedi, mi collocano davanti al mare per far entrare il mare nella stanza. Io sono già nella stanza, e da qui vedo il mare. Adesso anche il pittore vede il mare, lo vede per come effettivamente è. La potenza del reale, la sua impronta precisa, scandita, priva di dubbi. La pittura deve riprodurre il reale, non lasciarsi incantare da certe sirene che alimentano solo dubbi e portano su strade cattive, lontane dalla verità. Perché vuoi che il pittore si disperda? …E io la riproduco uguale, proprio identica nelle sue fattezze, non la turbo con alcun marchingegno o sovrastruttura del pensiero. Vorrei dire che quasi la fotografo, la fotocopio, la imprimo nella retina. Un doppio della realtà, che sulla mia superficie trova un nuovo incanto».
Miraggio: «Io non credo a quello che dici, anzi ti capita di vaneggiare, di negare l’evidenza. O meglio, l’evidenza della non evidenza. La realtà non è la realtà, e tu non ne sei il doppio. Un doppio di realtà, intendo, quindi riprodotta tal quale. La realtà si trasforma da quando si lascia vedere, non è più la stessa, viene per folate, turbamenti dell’ombra che non appare. Perfino la conoscenza ne risulta mutata. Non si vede più per come si conosce, ma occorre trovare altre misure, inaspettate, variabili, mai definibili. E con questo la saluto, la tua realtà, specchio; e la sua fedeltà»
Specchio: «Ma come puoi pensare che la realtà non sia dalla sua immagine e quell’immagine non sia la realtà? Io conosco solo le forme del visibile...».
Miraggio: «Eh no, il visibile è soltanto la via d’accesso all’invisibile. Mi spieghi perché altrimenti il pittore si ostinerebbe a inventare quello che non c’è, e proprio attraverso te lascia che nelle stanze aperte verso il mare entri davvero l’acqua del mare? Non vedi, cattura il silenzio, poi lo dispone sui muri tarlati, e quei muri sono la sabbia, un muschio febbrile che su tutto attecchisce. Quelle macchie sono il tempo che si confonde con la vita. Ancora una volta miraggio. Ma, adesso, non più solo un fatto della visione che s’inabissa e scompare alla visione stessa, ma un fatto dello spirito.»
«…Ma poi la tua benedetta realtà lui la strapazza, la dipinge in un altro modo, se ne dimentica, e alla fine di realtà nel quadro non ce n’è neanche una virgola. Finge di dipingere un paesaggio, e invece se ne frega. Si inventa paesaggi che non ci sono anche se sembrano reali. In questo, devo dirlo, è un vero maestro. Ma è come se fosse già passata tutta la storia, tutto si fosse compiuto, e più nulla ci fosse da vedere. Allora il vedere è già cosa del tempo, è già dentro il tempo, e la visione è come ti dicevo un fatto dello spirito. Non ostinarti a negare quanto risulta dall’opera, perché l’opera è infine una solitudine, un silenzio, un avviso, una dichiarazione d’amore. L’opera non finisce davvero mai, e in essa c’è tutta la ricchezza possibile della pittura, tutta la sua estensione nel tempo e nello spazio».