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1997 - Guido Giuffre'

Lo specchio, dove Modica ha toccato e tocca punte memorabili, oggi è forse il luogo di massima concentrazione dei suoi pensieri poetici, ma non è il solo. Sono tanti i paesaggi degli ultimi anni dove l’estaticità, che nel suo mondo è una delle corde più tese, si spiega ampia. L’immensità, la grande distanza, le terre remote avvolte d’aria e di luce sono da tempo spazio dei suoi sogni, suo modo di esprimere l’inesprimibile. Prima egli vi cercava invisibili presenze altre, difficoltose e criptiche, e non omogenee, diremmo, alla profonda autenticità del suo essere. Ma in un Entroterra del 1991, o in una Finestra sull’entroterra del 1992, la piana sconfinata che si stende dal secondo piano dell’immagine verso un lontanissimo orizzonte, subisce il fascino di certe vastità frequenti nella storia dell’arte, non tanto quattro o cinquecentesche, quanto ad esempio friedrichiane, le quali, rispetto a quelle, tanto più risentono la suggestione di un oltre che ci sovrasta. Se il maestro siciliano tende anch’esso a quanto trascende la quotidiana esperienza, egli tuttavia non si allontana dal mondo. La sua pittura, specialmente in questi anni Novanta, muove dall’interno di quell’esperienza, ma ne indaga anzi ne è quietamente ossessionata il mistero, le intime pieghe, quanto disegna la sua trama non con le cose ma col loro senso e appunto col loro mistero: quel senso e quel mistero Modica, senza violarli, sublimandoli, mirabilmente consegna all’immagine.