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1991 - Dario Micacchi


Ecco, la grande novità poetica di un pittore nuovo come Giuseppe Modica sta nel dare forma solare ma enigmatica alla vicenda umana calata in un tempo infinito. Tu puoi pensare che sia un tempo infinito e che lo puoi circoscrivere con la tua memoria fino a renderlo riconoscibile. Ma è la faccia apparente dell’enigma che non è subordinato alla storia ma ingloba la storia. A saper guardare si vedrà quanto sia importante la materia che struttura le forme storiche e quelle naturali. Era compatta, ben lavorata quella storica: è ancora in espansione quella della natura viridans. Il mare è increspato da piccole onde ritmiche ma non saprai mai quando si mosse quella che ora batte contro le mura. Quel che è vivo: i vegetali; quel che si muove: il mare e la luce; non fanno altro che acuire la profondità abissale del tempo. Una meditazione sul senso dell’attesa di segni nuovi che potessero entrare nello spazio del quadro, come nella grande e vuota desolazione melanconica delle Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico, forse, c‘è stata: ma la solarità implacabile ha divorato quel tanto di nordico che era nella Metafisica. La materia va sostituendo la concettualità: la presente stagione e il suon di lei…