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1982 - Renzo Federici

Si direbbe, il suo, un mondo di desolazione urbana, di angoli oscuri e dissestati, nei quali la vita intera sembra sintonizzata sulla cadenza lentissima e spietata dei tarli, sul passo felpato e cieco delle talpe o delle muffe. Dove nulla può più muoversi se non secondo un disegno larvale e tardo, ma che certamente si compirà. Qualcosa come una contaminazione tra vecchio film parigino e crudele fotogramma di fotografo realista americano. Già la luce in questi quadri è sempre notturna, o meglio di quel crepuscolo o tardo pomeriggio che negli anfratti della città arriva presto e dura lunghissimo, scolorito e immoto, come una privazione o una condanna. E non ha riverberi o sussulti: è quieto e opaco, calando come un bagno sordido, un fall-out da cui non ci si salva, e installandosi perpetuo. Anziché esaltare le cose, o almeno i loro contorni estremi, e certe loro materie umbratili, scivola su di esse, le avvolge di una mucillagine tremolante, fino ad intaccarne l’oggettiva consistenza, il positivo vigore. E se certe apparenze s'allentano entro a questo vischio, altre ne risultano come risecchite e volatilizzate in un arido polverìo.